L’Eracle paraolimpico

Chi ha sperimentato la ferita di perdere l’uso di un arto, o della vista, o altro ancora, può diventare un modello da emulare

Il mito di Eracle è certamente uno dei più affascinanti della mitologia greca proprio perché condensa nel nome e nel destino la contraddittorietà dell’essere umano: Eracle onora, nel nome, la dea Era che lo perseguiterà tutta la vita. È il campione della forza ed è messo costantemente alla prova proprio, sembra, per misurarne il limite. Nelle dodici fatiche egli sperimenta il ponos, lo sforzo doloroso. Egli diviene così prototipo di quei supereroi in cui l’eccezionalità delle proprie facoltà non è sufficiente a garantire una vita tranquilla. Anzi, proprio quelle straordinarie facoltà lo spingono di volta in volta verso il limite successivo. Ed ecco il tema del limite.

Sarà perché l’essere umano nasce – almeno secondo Arnod Gehlen – sprovvisto di ogni specializzazione e dunque inadatto a vivere in qualsiasi condizione, dall’equatore al polo, dalla campagna alla montagna, che egli è stato  in grado di diffondersi sulla terra in qualunque ambiente: ogni luogo, infatti, è ugualmente, sufficientemente, inospitale e in ogni contesto l’essere umano sarà costretto a ingegnarsi per poter vivere e rendere quei luoghi un po’ più accoglienti. E quel poco è misura che ogni giorno cambia, e ogni giorno l’essere umano spinge oltre il suo desiderio di rendere più ospitale il mondo in cui abita. Forse questo continuo ripensare il limite porta il Prometeo scatenato, di cui parla Jonas, dritto nell’antropocene, in un mondo che rischia di divenire assai poco ospitale proprio per questa costante ricerca di adeguarlo alla realtà umana. Fragilità umana e sua smisurata potenza. Smisurata forza di Eracle e sua costitutiva fragilità.

Questo è l’uomo e questo è il suo costante rovello. Fragilità propria del corpo, poiché la mente umana è come Faust, impegnata alla ricerca dell’immortalità per un corpo che invecchia, patisce e si ammala.

In effetti il corpo, mancante di specializzazioni e quindi meno veloce, meno potente, incapace di volare, goffo nell’acqua, spinge la mente a trovare soluzioni nella tecnica, soluzioni che consentano di andare oltre la sua stessa limitatezza e di emulare così il volo degli uccelli o la velocità del giaguaro.

Ma qual è allora il limite del corpo umano? Troppo semplice affermare che questa domanda è alla base dell’ossessione del record? Della prestazione straordinaria?  E dell’ammirazione che essa è capace di generare? Certo, l’uomo è affascinato da tutto ciò che è straordinario, da tutto ciò che sfugge alla consuetudine, anche perché lo straordinario genera ansia e deve, in qualche modo, essere controllato.

E così la prestazione straordinaria, come si dice molto spesso nelle cronache che accompagnano la ricerca del record, pone una nuova frontiera al “limite” del corpo umano.
Potrà mai l’uomo correre i cento metri in meno di 9 secondi? Chissà. E tuttavia quella speranza, quella attesa del risultato straordinario è l’ennesima piccola rivincita che l’essere più inadatto al mondo, l’essere che alla nascita sperimenta il periodo di vulnerabilità e dipendenza più lungo tra gli esseri viventi, si prende sul mondo.

Non basta la tecnica a garantire il dominio del mondo, anche il corpo umano pretende le sue rivincite e di mostrare il suo vero volto.

E tuttavia, sino a non molto tempo fa questa missione era ritenuta spettare ai più forti, a coloro che apparivano sin da subito posti dalla natura nelle migliori condizioni per sfidare il limite del corpo.

 

« E allor che pubere

muscoleggiò tutto il mio corpo, è d’uopo

dire i travagli che affrontai? Leoni,

tricòrpori Tifoni, o vuoi Giganti,

e sterminai, pugnando, dei Centauri

le quadrupedi frotte, e l’Idra, cagna

di cento teste, che, recise, ancora

cresceano; e mille e mille altre fatiche;

e fra i morti discesi, ed il tricípite

cane, custode dell’Averno, a luce,

per obbedire ad Euristèo, condussi»

(Eracle, Euripide)

Oggi una grande trasformazione culturale sta avvenendo: non soltanto l’essere umano fantastica e lotta per superare i limiti del proprio corpo, ma questo diviene ancora più significativo quando quel corpo  ha subito un’offesa che lo ha ulteriormente limitato e reso, almeno apparentemente, inadatto allo scopo.
Grazie alle tecnologie, ma talvolta anche senza l’ausilio della tecnologia, il corpo che una malattia o un incidente ha apparentemente indebolito e reso ancor meno adeguato al confronto con il mondo fisico, mostra di quale pasta sia fatto. Le prestazioni divengono incredibili e la lotta con il limite si fa straordinaria.

Le paraolimpiadi hanno giustamente permesso di mostrare come quella lotta per il superamento di un limite, che può rendere faticosa la vita di ogni giorno, si possa trasformare nell’esempio più fulgido di quella troppa umana volontà di non accontentarsi di una nicchia ecologica, di un rifugio di foglie e arbusti, di una vita più o meno agiata ai margini della società. E così, coloro che hanno sperimentato la ferita di perdere l’uso di un arto o più, o della vista, o altro ancora, scoprono di poter incarnare meglio di altri il moderno Eracle, mescolando, tra l’altro, corpo biologico e corpo protesico, dando in questo già evidenza di un superamento definitivo dell’esistenza di un presunto corpo naturale.

Onore a quei molti che ogni giorno lottano contro la rassegnazione e magari giungono sino a un podio paraolimpico. Non stupisce così che questo sparuto – oggi non più così sparuto per fortuna – drappello di eroi sia capace di muovere e smuovere tanti nel tentativo di emulazione. Poveri quei popoli che hanno ancora bisogno di eroi, diceva Brecht. E forse poveri coloro che hanno ancora bisogno di record. Di competizioni. Di vincitori e perdenti. Forse è così, ma sino a che l’essere umano sarà costretto a convivere con il terrore della morte avrà bisogno di raccontarsi le sue straordinarie imprese.

 

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