DOSSI E PARADOSSI

N. 1 -

Anno 2025

Laura Sabatini, medico ed aspirante psichiatra.
“Mi muovo nel mondo alla ricerca di un dettaglio sospeso, un’occasione di verità o di fantasia, una parola o un silenzio tra infinite storie e forme che divengono sempre più piccole man mano che lo sguardo e l’ascolto si soffermano.” 

La parola “Intelligenza” ha sempre suscitato in me un innegabile fascino già dagli anni dell’infanzia quando un comportamento o un commento inaspettato strappava quella frase ai grandi «è una bambina intelligente!»

Da quel tempo ho sempre conservato una curiosità gentile nel chiedermi da cosa si potesse, dalla superficie fino ai livelli più profondi, comprendere ciò che rendesse l’essere umano degno di accedere in questo varco luminescente delle Intelligenze e perché non fosse pensabile una via di accesso soggettiva e peculiare per ciascuno.

I furori adolescenziali mi tennero lontana da questo cruccio fintanto che in una lezione di Italiano del terzo anno di Liceo l’Insegnante scrisse alla lavagna «L’intelligenza è la capacità di adattamento alle situazioni».

Ricordo nitidamente la percezione corporea di un benessere che seguì a questa semplificazione che, tuttavia, trovava i più disparati campi di applicazione.

Oggi, a distanza di anni, torno a riflettere su questo tema nel tentativo di dare una definizione che raccolga gli aspetti dell’umana forma in virtù della nascita di una Intelligenza Artificiale. 

Siamo nell’era dell’abilità delle macchine di riprodurre parzialmente l’attività intellettuale propria dell’Uomo attraverso l’elaborazione di modelli ideali.

Mi trovo ad ammettere che una simile dimensione mi genera una sorta di disagio e, seppur negli innegabili utilizzi riscontrabili in molteplici campi di applicabilità, non ne ho individuato ancora uno che parlasse una lingua a me affine tale da suscitare una curiosità e muovere una scintilla che mi conducesse verso.

Approderò, allora, per vie meno battute, a un ambito a me caro: la Salute.  

“IBM Watson” è il supercomputer dotato di Intelligenza Artificiale divenuto famoso nel 2011 per aver sconfitto i campioni del gioco “Jeopardy!”, noto quiz televisivo americano di successo che, nato nel 1964, ha ispirato in altri paesi format simili tra cui l’italiano “Rischia Tutto!”. Da questa esperienza è nata una versione del computer dal nome “Watson for Oncology”: un supporto tecnico per il lavoro del clinico in ambito sanitario in grado di fornire, inoltre, una standardizzazione delle cure che travalica i confini geografici.   

In particolare, la sfida di “IBM Watson” era costruire una macchina in grado di competere a “Jeopardy!” contro un concorrente umano. La difficoltà principale era costituita dalla comprensione della domanda allo scopo di formulare una risposta adatta, ma i normali algoritmi di ricerca testuale, ancora ampiamente usati in programmi di video-scrittura o lettura, non erano adatti a tale scopo. Infatti, gli algoritmi consueti cercano parole chiave nel testo senza comprenderlo, e quindi non sono in grado di rielaborare le informazioni ottenute per formulare una risposta adeguata.

Al contrario, “IMB Watson” analizza la domanda, la divide in frasi, ne estrae le parole chiave e determina quale funzione queste abbiano nella frase. Egli migliora con la pratica, man mano che aumenta il numero di domande che ha conosciuto; quando si trova di fronte a domande simili al già noto, è ormai allenato a dare il giusto peso ad ogni prova. A questo punto fa un totale del peso di ogni prova e stila una classifica delle migliori risposte, cui associa un grado di confidenza, ovvero un numero che indica quanto è sicuro che la risposta sia corretta. Tutte queste informazioni appaiono infine sul suo schermo e permettono all’utente, nel caso della sua applicazione oncologica, di scegliere una risposta. 

In questo modo, nato pochi anni prima, nel 2007, “IMB Watson” riuscì a partecipare nel febbraio 2011 a tre puntate del programma battendo, tra gli altri, Brad Rutter e Ken Jennings, rispettivamente il concorrente che aveva vinto più denaro nello show e quello che aveva vinto più puntate.

 “Watson for Oncology”, oggi, accompagna il lavoro degli oncologi di oltre 50 centri ospedalieri in tutto il mondo. Con prevalenza in Asia, supporta l’attività dei clinici confrontando i dati dei pazienti con la letteratura prodotta dalle riviste mediche, con le linee guida sviluppate dalle associazioni scientifiche internazionali e con lo “storico” di casi simili affrontati in passato, allo scopo di identificare una diagnosi e proporre la cura più appropriata.

Si tratta di un’evoluzione dei tradizionali sistemi per il supporto alle decisioni cliniche, ed è stato istruito dai medici oncologi dello Sloan Kettering Cancer Center di New York nel corso degli ultimi anni attraverso la somministrazione di protocolli terapeutici e regole per imparare ad applicarli nelle diverse situazioni e nella molteplicità delle casistiche. Sebbene il suo sviluppo si estenda agli ultimi sei anni, il sistema è ancora agli esordi, e promette entro poco tempo di trattare adeguatamente 12 tipologie di tumore che contano l’80% dei casi di tutto il mondo. I suoi sostenitori dichiarano che in futuro sarà in grado di curare i pazienti oncologici in maniera più equa, perché darà ai loro curanti la possibilità di accedere alle conoscenze più all’avanguardia, indipendentemente dalle condizioni del Servizio sanitario specifico cui si recano.

Nonostante gli indubbi vantaggi di una simile invenzione, ci si potrebbe ora domandare dove si collochino, ad esempio, le forme rare, i campioni di pazienti non sufficientemente rappresentati e le tante varianti che finiscono nelle trame degli “invisibili”.

O ancora, cosa accade se ne si immagina un’applicazione nell’ambito della Salute mentale?
Come proporre un modello di cura artificiale di fronte al multiforme, talvolta insondabile e squisitamente soggettivo panorama delle emozioni e dei vissuti umani?

L’idea di affidare ad una tastiera il proprio vissuto nell’attesa che a prendere parola sia uno schermo che non passa attraverso l’ascolto del corpo, possibilità dialogica di uno scambio che include presenza, che protegge o allontana? 

E come mai i sistemi di intelligenza artificiale in Sanità, pur svolgendo compiti inimmaginabili fino a pochi or sono, hanno ancora difficoltà a imporsi stabilmente tra gli operatori sanitari ed entrare nei percorsi assistenziali? 

Per tornare all’esempio sopracitato, solo i medici e i loro pazienti infine sceglieranno il trattamento, e solo loro potranno valutare se il suggerimento dell’algoritmo sarà stato utile o meno alla prova del tempo, e dei corpi. Nessun algoritmo o robot è attualmente in grado di affrontare le sfide estremamente complesse e stratificate che sono implicate nell’interpretazione e nel momento finale della scelta.

Come porsi, allora, di fronte ai valori morali e alle idee e credenze da cui fioriscono le norme e i princìpi che guidano l’umano agire, sotto al nome di Etica?

Un’immagine di copiatura di caratteri che si compongono con estrema rapidità a partire dall’individuazione di pattern: è forse così che si può immaginare il processo di genesi che sottende i contributi forniti dall’Intelligenza Artificiale.

E, chissà, se si tratti di una esclusiva operazione “meccanizzata” o rechi in sé l’ambizione di essere altro rispetto alla mera rielaborazione successiva all’immagazzinamento di un elevatissimo numero di informazioni a cui attingere. 

Quello che si può ancora argomentare, però, è che tuttavia l’Umano potrebbe – dovrebbe? – costruire degli argini, al fine di istituire dei vincoli a questa marea. Laddove si ponga l’orizzonte etico, si tratta infatti di problemi legati a quale sia la richiesta e quale il successivo utilizzo.

L’atto di creazione, che può sublimarsi in atto di creatività, prende forma a partire da una genesi umana, e può tanto contribuire ad un profilo di istruzione, in grado di esaltare aspetti virtuosi, quanto creare una sequenza, un’amplificazione di imperfezioni…

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