Vax, no-vax e Terzo pensiero

La professione del dubbio, che da Galileo in avanti, la scienza ha fatto propria, sembra essere oggi riguardata con fastidio

Forse perché ormai disabituato ai programmi televisivi, è stato per me particolarmente traumatico assistere ad una trasmissione cosiddetta di approfondimento. Tema inevitabile la pandemia. Con il passare dei minuti aumentava la mia insofferenza a fronte di una violenza sempre più proterva verso qualsiasi posizione anche latamente critica nei confronti delle tesi mainstream sui vaccini.

Notavo che quanti, esitanti, provavano a assumere uno sguardo critico, facevano precedere il loro intervento dall’affermazione: “Io, naturalmente, sono vaccinato”. Debbo confessare, del resto, che anche io, in molti casi, ho sentito la stessa urgenza. Questa affermazione appare, ormai, indispensabile per acquisire un diritto di parola che altrimenti sembra essere interdetto.

La professione del dubbio, che da Galileo in avanti, la scienza ha fatto propria, sembra essere oggi riguardata con fastidio. Ma, al di là della cautela con cui dovrebbero essere maneggiate le verità scientifiche, vorrei soffermarmi sull’intolleranza che mi pare si percepisca verso posizioni che possono apparire buffe, puerili, antiscientifiche. In quel programma televisivo si discuteva di un medico che ha postato su Facebook uno scritto nel quale dichiarava il proprio schifo per i no vax, pur affermando che non avrebbe negato loro le cure. Bontà sua.

Non si tratta qui di accalorarsi contro un medico stremato dalle troppe ore di pronto soccorso, ma chiedersi cosa mai possa avere prodotto, nella testa di quel collega, l’esigenza di scrivere un tale messaggio. I no vax non trasgrediscono nessuna legge. Le cure non si negano a chi, ubriaco fradicio alla guida di un’automobile investe e uccide persone. Perché mai allora egli sente l’esigenza di affermare con condiscendenza che non le avrebbe negate ai no vax?

Eppure sappiamo che di questo si è discusso anche in altri paesi europei, nonostante sia ben noto quanto possa essere pericoloso il ricatto di non fornire cure in caso di stili di vita non appropriati, proprio per il rischio di scivolare verso uno stato etico, rischio contro cui i movimenti di sinistra si sono battuti per anni. Ma ancora, è l’esigenza di manifestare lo schifo verso queste persone che mi ha turbato di più.

Riflettevo sugli anni in cui l’HIV mieteva vittime e intasava i reparti di pazienti con malattie devastanti che necessitavano di costosissime cure. Non mi pare d’aver sentito alcuno affermare, neanche dagli ambienti più retrivi, che omosessuali, prostitute, tossicodipendenti o semplicemente persone dalla vita promiscua facessero schifo perché con il loro stile di vita si esponevano all’HIV, e men che mai tali apprezzamenti sono venuti da ambienti sanitari.

Come spiegare questa insofferenza? Non voglio addentrarmi in spiegazioni di stampo psicoanalitico che potrebbero far supporre che l’animosità celi l’inconfessabile sospetto verso la scienza e i vaccini. Interpretazione che appare non certo così improbabile: nella memoria di molti c’è sicuramente il ricordo che comitati etici e sistemi di farmacosorveglianza sono sorti avendo conosciuto le nefandezze della scienza e delle case farmaceutiche, e i sospetti verso le case farmaceutiche non sono certo solo nella mente dei no vax.

Basti pensare ai sistemi di corruttela per cui le Big Pharma sono arcinote. Del resto è persino banale ricordare di come la scienza non sia mai stata neutra, e il modello di sanità tanto criticato in Lombardia, ovvero quello costruito su centri di eccellenza super specialistici a scapito della medicina di comunità, è figlio assolutamente legittimo dell’idea di cura sostenuta dalle Big Pharma.

Forse l’intolleranza nasce dal fastidio di dover perdere tempo a controbattere tesi tanto sciocche e antiscientifiche. Più di un secolo di cultura antropologica ci ha fatto riflettere sulla necessità di non deridere visioni del mondo drammaticamente diverse dalle nostre. Insomma si riaffaccia qui il senso di superiorità del modello scientifico capitalistico verso il ciarpame premoderno.

È come se quella cautela frutto del pensiero antropologico e del fardello dell’uomo bianco verso forme culturali alternative si fosse disciolto sotto il peso della pandemia, nonostante in tante parti del mondo ricorrano cerimonie di riconciliazione verso i superstiti di quei nativi che, a fronte di una presunta superiorità dell’occidente, sono stati sterminati a migliaia nelle Americhe, in Australia, in Africa. Si pensi al paradosso che, grazie a un film di successo, si è scoperto con simpatia una forma di vita comunitaria che si è fermata all’Ottocento e vive e prospera senza ricorrere alle meraviglie del progresso.

Non si tratta di esaltare quel modo di vita, solo di riconoscere loro dignità e diritto di esistere. Di guardare con rispetto sistemi culturali diversi dal nostro, purtroppo in gran parte spazzati via da una globalizzazione che oggi mostra anche le sue inevitabili contraddizioni. In un saggio recente di Philippe Descola, “Oltre natura e cultura”, l’autore ci conduce ad analizzare con interesse modalità diverse, che vanno dall’animismo al totemismo, che gruppi umani hanno nello stabilire un rapporto con l’ambiente circostante; l’autore, senza per altro che ciò implichi una forma di incondizionata ammirazione, intende solo riconoscere come quei sistemi mostrino una loro intrinseca validità.

Certo quei sistemi culturali non abitano (ma sarà poi vero?) le nostre società, e le pseudo-idee dei no vax non hanno certo la stessa forza e lo stesso valore. E tuttavia è proprio quell’abitudine al rispetto della diversità, vero patrimonio dei movimenti dei diritti civili delle minoranze, che mi pare si vada perdendo. Molti affermano che in questo momento ragioni di emergenza e ragioni economiche non consentono di perdere tempo con tesi tanto bislacche e puerili.

Se queste sono le ragioni, bene, esse mi fanno particolarmente paura. Sento, come dire, la mancanza di Marco Pannella, e del suo lottare perché anche quanti sostenevano tesi lontanissime dal suo pensiero avessero diritto di parola. Sento insomma la mancanza di un sistema democratico in cui il rispetto per le minoranze è essenza della democrazia medesima e non può essere mai sospeso.

Il richiamo a Carl Schmitt e allo Stato di eccezione, e il significato che tale Stato di eccezione ha per le democrazie, rischia di far imbufalire i difensori delle tesi mainstream, che disconoscono il rischio per la democrazia legato all’emergenza sanitaria. Per costoro mi pare che l’unica cosa eccezionale sia la pandemia. Non intendo affermare che vi sia chissà quale complotto, più modestamente intendo piuttosto osservare che un clima di così violenta intolleranza verso gruppi minoritari non è salutare per nessuna democrazia.

Sicuramente mi fa sorridere, o forse mi inquieta per altre ragioni, ascoltare che saremmo dentro un grande complotto ispirato dai soliti banchieri ebrei, incredibile riedizione dei Protocolli di Sion, e tuttavia, la crescente intolleranza e insofferenza verso i no vax suscita in me, che dopo gli anni scalmanati della gioventù sono approdato alla mitezza bobbiana, ovvero alla più impolitica delle virtù, un grande disagio.

 

 

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