Risorse di Famiglia

Le Ragioni della Diffusione dell'Approccio Sistemico e un'Idea di Psicoterapia Pubblica

La realtà particolarmente intricata e complessa in cui siamo immersi ha indotto il System Scientist Barry Richmond (1994) a definire il secolo attuale come secolo della complessità e a considerare il Systems Thinking l’approccio più adeguato per comprendere le bizzarre oscillazioni delle economie di mercato, prevedere l’andamento altrimenti inspiegabile ed incoerente dei comportamenti individuali e sociali, migliorare le scelte relative al clima e all’ambiente e, per quanto più ci riguarda, preservare, curare e rafforzare la salute mentale.

Edgar Morin una delle “menti” europee del movimento sistemico, indica tra le componenti della complessità termini come: relatività, relazionalità, diversità, alterità, duplicità, ambiguità, incertezza, antagonismo e conclude che la complessità consiste “nell’unione di tutte queste nozioni che sono complementari, concorrenti e antagonistiche” (1984, p. 190).

Il Systems Thinking ha permesso di approdare alla comprensione sistemica delle famiglie, di osservare le loro dinamiche tramite una visione articolata e complessa in grado di trasformarsi in una prassi operativa coerente.

Per una Terapia Sistemica Basata sulle Risorse

La tendenza della attuale terapia sistemica è quella di evidenziare in primo luogo le risorse che possono essere rinvenute nelle famiglie che sviluppano patologie di diversa gravità. Piuttosto che porre l’enfasi sulla disfunzionalità e sui fattori di rischio, l’attenzione dei clinici viene rivolta soprattutto sui fattori protettivi.

L’interesse dei terapeuti sistemici verso la resilienza e le risorse segna il passaggio ad un nuovo modo di intendere la psicoterapia relazionale-sistemica. Si tratta di un cambiamento silenzioso, ma non per questo meno profondo, e Froma Walsh (2008) per evidenziare il solco che separa il vecchio atteggiamento dal nuovo, avverte che promuovere la resilienza implica dedicare alle risorse e alle capacità di individui e famiglie lo stesso livello di attenzione, se non di più, di quello dedicato ai loro problemi e deficit.

Porre enfasi sulle risorse e sulla resilienza, non vuol dire ignorare le disfunzionalità e le condizioni stressanti o traumatiche. Al contrario, L’attenzione alle disfunzionalità, al trauma e allo stress, permette di distinguere tra una forma e l’altra di disagio, di individuare i modelli carenti specifici di ogni singolo sistema familiare e, quindi, di individuare i meccanismi di coping più efficaci per risolverli (Loriedo, 2003).

Il pensare in termini di sistemi complessi ha consentito un cambiamento radicale dell’intervento sulle famiglie e soprattutto il superamento dal blaming, vale a dire la tendenza a colpevolizzare i genitori attribuendo loro la responsabilità di ogni forma di patologia che si sviluppa nei figli.

Il sistema familiare e la resilienza

Mentre il costrutto si dimostra effettivamente utile soltanto se basato su qualità e variabili validate da studi empirici, l’uso del termine resilienza è spesso presentato in maniera del tutto inappropriata. Gli studi condotti sulle famiglie resilienti hanno messo in evidenza qualità come: calore, affettività, supporto emotivo, struttura ben funzionante e presenza di confini permeabili e ben definiti.

Inoltre, sono stati condotti studi che hanno permesso di identificare variabili sottoposte a valutazione oggettiva che caratterizzano la resilienza familiare: coesione, flessibilità, comunicazione aperta, capacità di problem solving e di sostenere il proprio sistema di convinzioni (Walsh, 2020).

Nei limiti di quanto consentito in una trattazione breve, cercheremo di dare un’idea del processo terapeutico di una Terapia Sistemica Basata sulle Risorse e, sebbene tale processo possa essere facilmente adattato ad altre circostanze e a differenti disturbi, faremo qui riferimento alla sua applicazione specificamente adattata alle presenti circostanze della contingenza pandemica e suddividendola in tre fasi successive. in base al momento dell’intervento.

Ridurre la vulnerabilità

In circostanze come quella pandemica ha grande importanza agire con tempestività, per ottenere una sorta di immunizzazione psicologica, prima che i fattori di stress e le esperienze traumatiche colpiscano le componenti più vulnerabili della popolazione e producano effetti devastanti che nel giro di qualche mese e fino a qualche anno dopo potranno condurre a disturbi e limitazioni di gravità variabile. In questa fase, per ridurre la vulnerabilità il terapeuta deve aiutare la famiglia a identificare e riparare i propri meccanismi di coping carenti, a potenziare i suoi fattori protettivi e a depotenziare lo stress.

Rispondere allo stress

Quando gli effetti del disagio o le esperienze traumatiche iniziano a colpire, tutti i passaggi della fase precedente, anche se attivati in ritardo, sono comunque da promuovere. Ma in questa fase, più che cercare l’immunizzazione è necessario rispondere alle dirette conseguenze dell’urto: non solo insorgenza di nuovi disturbi o incremento di sintomatologie preesistenti, ma far fronte ad eventi drammatici che si susseguono senza tregua come le onde subentranti delle numerose perdite indotte dalla pandemia: la perdita, spesso in condizioni tragiche, delle persone care; la perdita del contatto fisico; la perdita della sicurezza; la perdita del lavoro; la perdita della speranza e dei progetti di vita; la perdita del senso di normalità; la perdita del supporto sociale. Tutte queste perdite finiscono per esercitare effetti disgreganti sulle relazioni sociali in genere e su quelle familiari in particolare, colpite soprattutto sul piano affettivo. In questa fase gli interventi più importanti sulla famiglia sono diretti soprattutto a risolvere gli effetti disgreganti e il discontrollo delle emozioni attivati dalle esperienze di perdita.

Lo sviluppo della resilienza

Nella fase in cui gli effetti delle esperienze traumatiche divengono più pesanti, alcuni individui e alcune famiglie mostrano la forza della loro resilienza, preesistente o acquisita grazie al lavoro fatto nella prima fase. In ogni caso, la resilienza non solo consente di superare le difficoltà ma anche di essere di aiuto a chi ne rimane vittima. Questa speciale competenza, che abbiamo imparato a apprezzare solo in tempi recenti, deve in primo luogo essere riconosciuta e poi utilizzata dal terapeuta, insieme alle altre risorse di cui la famiglia dispone. Spesso queste risorse non emergono spontaneamente, sia perché possono non essere riconosciute dai familiari, sia perché può prevalere l’aspettativa di ricevere indicazioni e spiegazioni da parte del terapeuta, piuttosto che utilizzare conoscenze ed abilità di cui il sistema già dispone.

Nella famiglia Bianchi, la madre Sara viene ricoverata con urgenza per polmonite da Covid, e le sue condizioni particolarmente serie mettono in crisi l’intera famiglia. Il padre Aldo, uomo di poche parole, molto preso dal suo lavoro da meccanico è terrorizzato dal pericolo di vita che corre sua moglie e anche dal timore di dover gestire da solo la famiglia che è sempre stata gestita da Sara. Quando la figlia Ada che ha appena 16 anni telefona per chiedere un aiuto è presa dall’ansia, ma è preoccupata soprattutto per il padre che a causa dal Covid è costretto a casa perché la sua ditta ha provvisoriamente chiuso. Lei lo aiuta e lui riesce a fare quello che può per casa, ma beve una bottiglia di amaro al giorno e passa l’intera giornata su una poltrona con lo sguardo perso nel vuoto. Quando il terapeuta gli rivolge la parola risponde a stento e dice di sentirsi come una mummia in un sarcofago, più morto che vivo e le aspettative di Ada e dei suoi due fratellini di 5 e 6 anni che si prenda cura di loro più che attivarlo lo paralizzano.

Il terapeuta tenta di risvegliare in lui le sue eccellenti abilità lavorative, utilizzando una metafora in cui la famiglia, in questo momento è come una macchina con il motore in riparazione e lui è il meccanico che deve riuscire a farla andare avanti montandole un motore provvisorio.

Aldo, riesce solo a rispondere con un filo di voce: “quel motore non sono io”. La famiglia sembra priva di risorse, ma il terapeuta chiede “allora chi potrebbe essere il motore provvisorio?”. Ada risponde: “Forse il nonno Ugo”, i fratellini annuiscono e Aldo borbotta “Parla troppo”, ma non sembra in grado di opporsi anche perché sa che “la macchina” deve andare avanti in qualche modo.

L’ospedale conferma che Sara dovrà continuare il ricovero per almeno un mese, e di fronte alla disperazione e al senso di impotenza, è un sollievo il consenso dei nonni materni (che per fortuna hanno già superato da tempo l’infezione virale in forma quasi asintomatica) a trasferirsi temporaneamente a casa Bianchi.

Il terapeuta si accorge subito che a Ugo piace molto parlare, come aveva anticipato Aldo, ma gli spazi di casa, ulteriormente ridotti dalla presenza dei nonni non consentono più di tanto di isolare la sua poltrona/sarcofago.

Inizialmente, Aldo per sopportare l’invasione di parole indesiderate di Ugo, incrementa l’uso di alcolici, mentre i bambini e, quando può anche Ada ascoltano estasiati le storie del nonno, soprattutto favole che lui sa raccontare con grande passione. Ma dopo 4-5 giorni è la stessa Ada ad accorgersi che il padre ascolta le favole per bambini di nonno Ugo e piange. Pensa che il papà sia preoccupato per la mamma e gli chiede cosa sta succedendo, ma il padre risponde sbrigativamente “Niente”. Solo due settimane dopo, quando se ne parla durante una seduta di terapia in presenza di tutti il padre ammette che quelle lacrime durante le favole, sono nate dai suoi ricordi da bambino: “I miei non mi hanno mai raccontato una favola. In generale pochissime parole, e solo se strettamente necessarie. Ricordo che ad ogni compleanno mi regalavano delle scatole sempre più complicate del Meccano, ma mai una storia, mai un racconto e poi a 12 anni già i primi lavori. Si. Una vita di lavoro senza favole. E ora guardando i miei figli che le ascoltano, provo un misto di invidia e di gioia e piango, ma sento, di essermi risvegliato da un letargo che durava da anni e di essere finalmente uscito dal sarcofago”.

Quando Sara torna a casa, molto stanca e provata dal lungo decorso della malattia, ma tra la felicità generale per aver superato una prova tanto dura, Aldo non è più silenzioso come prima, ha già smesso di bere da tempo e le dice di aver imparato da Ugo che certe “macchine” si possono riparare solo con le parole. Ora ha ripreso a lavorare e l’intera famiglia si è rimessa in moto, ma tutte le sere torna casa prima del solito perché vuole raccontare le sue storie ai bambini prima che si addormentino. Quando il terapeuta chiede di che storie si tratti, e se usi quelle del nonno, lui risponde: “Si, ogni tanto anche quelle del nonno. Ma soprattutto le mie. Vede, anche se non mi sono mai lamentato, anche da bambino le storie mi mancavano, così appena ho potuto ho iniziato a leggere tutto quello che capitava. Così da adolescente di giorno lavoravo e di notte leggevo. Era un po’ come raccontarsi le storie da solo, così ne ho imparato tante che non ho mai raccontato a nessuno. Ma è molto più bello condividerle, perché in questo modo mi sembra di accendere tutti i motori e partire insieme”.

Come si può comprendere da questa situazione clinica, una psicoterapia sistemica fondata sulle risorse dovrebbe avvalersi, tutte le volte che è possibile, del contributo delle famiglie d’origine, ed eventualmente anche di altre figure che appartengono alla rete sociale più ampia. Si tratta di un patrimonio di emozioni e di conoscenze legate ad una visione sistemica allargata delle relazioni significative.

Per questa ragione gli interventi sulla salute mentale in ambito pubblico, in epoche di eventi catastrofici come quella che siamo vivendo, ma anche per porre rimedio ad altre forme di sofferenza psichica personali o sociali, possono trarre vantaggio da un approccio sistemico complesso per sviluppare ed utilizzare, nel più ampio rispetto ecosistemico, le risorse naturali di cui dispongono gli individui, le famiglie e la rete sociale.

Bibliografia

Loriedo,C. (2005), Resilienza e fattori di protezione nella psicoterapia familiare sistemica, Rivista di Psicoterapia Relazionale,  21, 5-28,.

Morin,E. (1984), Il metodo, Feltrinelli, Milano

Richmond, B. (1994). Systems Dynamics/Systems Thinking: Let’s Just Get On With It. In International Systems Dynamics Conference. Sterling, Scotland.

Walsh,F. (2008),  La resilienza familiare, Cortina, Milano

Walsh,F. (2020),  Loss and Resilience in the Time of COVID-19: Meaning Making, Hope, and Transcendence Family Process, 59, 3, 898–911.

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