Ripensare la professione, riscoprire il potere

“Questa rivista vuole proporsi come un luogo nel quale queste professioni, che paiono retaggi di un mondo che fu, sappiano farsi interpreti del loro ruolo, ricollocando questo ruolo in questo spazio tempo presente che è già futuro, evitando di divenire servi sciocchi Ripensare la professione, riscoprire il potere di un potere sempre più pervasivo”.

Le parole di Raffaele Bracalenti, nella presentazione di questa nuova rivista, credo servano da piccolo buffetto e da aiuto nel collocare alcune riflessioni su cui da tempo le professioni di aiuto – assistenti sociali per primi – si stanno interrogando. Nelle poche righe citate si possono intravedere temi e nodi critici che spiegano la necessità di questa rivista, come un nuovo luogo per un approccio critico e riflessivo. Credo che Dromo potrà esserlo se manterrà lo stile, anche provocatorio, di questo primo numero. Dico “provocatorio” perché è inutile continuare, come è stato per tanto tempo, a evitare di confrontarsi su temi scomodi come quello del senso dell’azione professionale, del rapporto con il potere e della riappropriazione della responsabilità della propria storia. In questo presente che è già futuro sembra, spesso, che tutto sia capitato per caso, che sia sempre stato così o che sia possibile, viceversa, smaterializzare tutto. Nel mondo reale non basta un CTRL+ALT+CANC a riavviare il sistema. Ripensare la professione, riscoprire il potere di Gianmario Gazzi Nel reale servono dibattito, fatica, consapevolezza e soprattutto visioni e desideri.

In questo breve contributo iniziale, vorrei lanciare qualche piccola, fastidiosa provocazione, per rinforzare le righe citate che colgono il tema di un ripensamento anche della nostra difficile e dura professione di assistenti sociali. Sono l’avvio di un dibattito che spero lungo e a più voci, non una conclusione o una soluzione. Credo che oggi più che mai sia necessario un pensiero articolato per comprendere le possibili direzioni da intraprendere in questo spazio- tempo. Quando si dice ripensamento, soprattutto in Italia e da parte di chi ha ruoli di rappresentanza istituzionale, subito si pensa alla via più semplice: l’ennesima “riforma della riforma” di un qualche testo normativo o di istituzioni del secolo scorso. Rimuoviamo spesso – altra costante di questa nostra epoca – un’enormità di norme bellissime e scritte benissimo, ma completamente disattese. Ritengo che questo ripensamento debba essere inteso come un processo riflessivo che parta da noi, singoli professionisti, per primi. Provocherei, per prima cosa, avviando una riflessione sulla nostra autorappresentazione e, di riverbero, sulla consapevolezza del potere. Per questo, nel mio contributo, troverete più domande che affermazioni.

Partiamo dall’idea, dalla visione e dal ruolo rispetto alla nostra professione che abbiamo nella testa. Siamo disposti – premettendo che non siamo più nel secolo scorso – a uscire, il prima possibile, dallo schema consueto dell’Assistente sociale dipendente pubblico, sovraccarico di “casi”, sempre schiacciato sull’urgenza, che si occupa del signor X e della signora Y? Questo probabilmente potrebbe essere un primo passo per il percorso di riflessione che Bracalenti indica. Dobbiamo, parlo per tutte le professioni, recuperare una consapevolezza di ruolo e potere, ma per fare questo non accettiamo più (almeno noi assistenti sociali) di essere solo una sorta di cerotto istituzionale. Ben inteso, gli interventi riparativi e/o d’urgenza vanno fatti, ma non basta più e non è mai stato sufficiente. La professione, proprio perché tale, deve essere oggi capace di uscire dall’esecuzione e affrontare limiti e deficienze del sistema. Non possiamo, ed è ancor più evidente nel tempo del Covid, limitare l’azione dell’assistente sociale alla sfera del fare. Come mostrano le ricerche, il servizio sociale professionale ha fatto la differenza proprio dove è stato capace di proporre cambiamenti e innovazioni. In questa prospettiva quanto viene detto da Bracalenti ha ancor più significato.

Che senso ha una professione che continua a replicare se stessa? Qui viene utile un’altra affermazione volutamente provocatoria: rimanere in possesso del potere. Immagino già le facce dei colleghi e le loro probabili imprecazioni a questa provocazione: “Ma se siamo marginali? Non ci calcola nessuno!”, “Quale potere, che siamo pochi e malconci?”, “Di quali Assistenti sociali parla… ma è mai stato in un servizio?”. Ecco, torno a quello che ho scritto prima: chi lo ha detto che l’assistente sociale non ha potere e che non possa incidere, se non gli stessi professionisti che sono sopravvissuti al periodo d’oro del welfare? Il passo successivo, se vogliamo discutere veramente, è quello di affrontare la scarsa autostima o autoconsapevolezza – indotta da politiche scellerate, scarsa ricerca e da un gergo ai più incomprensibile – che gli stessi professionisti sociali hanno nel rappresentarsi tra loro e con il mondo che li circonda. Posso dire che dal mio osservatorio privilegiato nel tempo, proprio per scarsa considerazione di sé e della importanza di queste professioni, si è fatto molto poco per assumere piena comprensione del potere che abbiamo.

Non vorrei che si dimenticasse quanto i social worker hanno fatto per i diritti delle persone nella storia. Non lo hanno fatto da dipendenti o con riconoscimento giuridico/contrattuale. Lo hanno fatto lottando per chi non poteva lottare, per chi è più debole, per chi era diverso, per chi era escluso. Questa è la nostra funzione ancora oggi, non muta nel mondo attuale, già proiettato al futuro. La narrazione che non si possa incidere è errata, distorta e in alcuni casi auto-assolutoria. La storia stessa della professione ricorda che così non è: basta riprendere un qualsiasi testo di storia del servizio sociale. Certo, nel mondo del futuro non basterà essere orgogliosi della funzione avuta, per essere più forti serve affrontare il cambiamento, coscienti di non essere meri funzionari. Fa il servo sciocco chi ha convenienza a farlo. Un professionista, l’assistente sociale, può, in questo nuovo mondo, evitare questo rischio se saprà essere consapevole del proprio potere, che nasce non solo dal lavoro diretto con un certo numero di persone, ma dal fatto di dare voce a quelle persone. Denunciare le iniquità non significa solo organizzare singole azioni, ma saper proporre soluzioni valide anche per tutti gli altri.

Le professioni, tutti i singoli professionisti, in questo tempo, hanno il dovere di porsi queste domande, di accettare la sfida, oppure, come detto in premessa, li aspetta una naturale estinzione, come in tutte le fasi che il pianeta ha vissuto. Serve quindi uno spazio dove rendere possibili questi pensieri e dibattiti. Una rivista che guarda al lavoro sociale professionale non solo e non tanto come prodotto dei professionisti, ma come laboratorio per un’idea di umanità e di vita nelle comunità sociali. Un nuovo strumento che, dal mio punto di vista, potrà moltiplicare la riflessione critica innanzitutto del soggetto persona, che deve corrispondere all’azione professionale.

Ultimi articoli

Questione di prospettive

Questo contributo nasce per un carissimo amico e compagno di viaggio nel mio travagliato...

L’Eracle paraolimpico

Il mito di Eracle è certamente uno dei più affascinanti della mitologia greca proprio...

La crisi afghana e il fallimento delle politiche europee.

L’attuale drammatica situazione dell’Afghanistan pone l’Europa e l’Italia a fronte di scelte cruciali, e...

La Rivoluzione stanca

I costi sempre crescenti dei sistemi sanitari possono essere letti secondo molti e separati...

L’ossimoro carcerario

In questo articolo riportiamo un’intervista realizzata nell’ambito della rete internazionale INTDC (International Network of...