Mancanza di respiro

L’idea di una clinica sociale, come punto di vista e modalità di intervento basata sulle relazioni e l’intersoggettività, ribadisce la collocazione del pensiero e della pratica clinica “fuori dalle mura”, all’interno delle relazioni, dei vincoli tra individui, gruppi, istituzioni e comunità, nei contesti della vita quotidiana.
Il riferimento teorico è quello della psicoanalisi operativa e della teoria degli ambiti proposta da J. Bleger, che oggi può essere ampliata ad un quinto ambito, l’ambito globale, come propone Leonardo Montecchi.
È proprio Montecchi a produrre una interessante riflessione relativa a questo spazio di ricerca e lavoro oggi essenziale, visto anche quanto la pandemia ha coinvolto, a livello globale, moltissime comunità e le reti che le collegano.
Egli parla di una “mancanza di respiro”, che emerge anche nei drammatici eventi accaduti a Minneapolis, con gli effetti globali che ne sono scaturiti. J. Bleger parla di una comunità come un “gruppo vasto di persone che vivono insieme in un territorio determinato, legate da vincoli e funzioni o inseriti in una organizzazione comune.” Nell’ambito comunitario si può quindi individuare un certo grado di specifica coesione sociale dei suoi membri, che ne sollecita la riconoscibilità. Un ambito comunitario ha inoltre i suoi pregiudizi e le sue stereotipie, che sono anche punti di riferimento fissi e sicuri che mettono al riparo dalle ansie confusionali collegate all’apprendimento del nuovo e dell’ignoto.

Una sorta di stereotipia o di pregiudizio comunitario del momento che stiamo vivendo, per esempio, può consistere nel pensare che solo il sistema sanitario iperspecializzato sia il soggetto in grado e legittimato a fronteggiare il fenomeno che stiamo vivendo, eludendo così tutta la parte sociale della questione.
Assistiamo allora ad un effetto dissociativo nella struttura comunitaria, dovuto alle pratiche di distanziamento e isolamento, da un lato utili per il contenimento del contagio, dall’altro dannose per il tessuto socio-affettivo all’interno della comunità. Come per la maggior parte dei farmaci, ad un effetto terapeutico desiderato se ne possono associare altri iatrogeni; effetti collaterali che recano danni o hanno conseguenze negative su altri aspetti della salute. In questo caso vediamo chiaramente un effetto collaterale negativo sulla socialità e sul tessuto connettivo comunitario, con conseguenze sulla salute psicofisica degli individui e dei gruppi, come dimostra l’esperienza clinica attuale. L’utilizzo ipertrofico della rete internet sembra, da questo punto di vista, una sorta di risposta del “sistema immunitario comunitario” che si attiva cercando di ristabilire un fattore di salute messo a repentaglio: la connessione, la prossimità, la relazionalità. Anche l’azzeramento di ogni attività gruppale in presenza è un fenomeno che, dal punto di vista socio-comunitario, manifesta un aspetto della malattia comunitaria, del trauma secondario che stiamo vivendo.
Pensando alla necessità attuale di riprodurre salute, la nozione di “psicoigiene” risulta centrale. Possiamo intendere per psicoigiene la gestione delle risorse psicologiche per far fronte ai problemi attinenti alle condizioni in cui si svolge la vita della comunità considerata in se stessa e non in relazione alla malattia. L’ambito di studio, ricerca e intervento della psicoigiene è primariamente quello della prevenzione, inteso proprio come promozione delle condizioni favorevoli alla salute.
Risulta quindi centrale, oggi, l’apertura di possibili scenari di ricerca e lavoro sui “sintomi della salute”, seguendo i pensieri già proposti alcuni decenni orsono da A. Bauleo e M. De Brasi.

«L’irrecuperabilità del malato è spesso implicita nella natura del luogo che lo ospita»
Franco Basaglia

Possiamo pensare che sia necessario attivare, negli individui, nelle famiglie, nei gruppi, nelle istituzioni e nella comunità, tutto ciò che risulti favorevole per un passaggio dalla condizione di asfissia, evidenziata dalla pandemia – ma già presente anche prima di essa, nel rischio di alienazione per le attuali dinamiche sociopolitiche – alla ricerca di una condizione di desiderio che diventi pensiero ed azione per rigenerare salute. In questo senso, la ricerca di una nuova condizione più favorevole alla salute dovrebbe avvalersi di una capacità di mettere in discussione la condizione precedente alla pandemia, e non solo di concentrarsi sul superamento della pandemia stessa. In altre parole, non cercare il ritorno ad una condizione precedente, ma aprirsi alla ricerca di una nuova condizione che possa contenere e favorire una evoluzione, una trasformazione di ciò che c’era prima.
A questo scopo, un pensiero che troviamo suggestivo, e che ora è solo il caso di accennare, riguarda il rapporto con l’ambiente, da un lato, e il ripensare alla priorità dei bisogni, dall’altro: abbiamo bisogno di un continuo aumento della produzione di oggetti di consumo o dovremmo piuttosto occuparci maggiormente delle condizioni nelle quali viviamo, ci nutriamo e respiriamo?
È importante, contemporaneamente, in questa fase di “riapertura”, occuparci di quelle “zone grigie” in cui si operano resistenze, regressioni o rimozioni e che, di certo, non facilitano il compito di produzione di salute. Una comunicazione sociale intrisa di pregiudizi o che utilizza metafore e immagini come quelle belliche, che producono gli “eroi della guerra al virus”, può configurare una sorta di zona grigia. Tutto ciò che non consente, di fatto, un pensiero libero e quindi omologa la percezione e la rappresentazione sociale su strade obbligate – per esempio sul format mentale del nemico da combattere – ha come effetto l’aumento dell’angoscia paranoide. Sentiamo sempre più forte l’urgenza di contrapporci alla diffusione di un pensiero unico, abilitando e sostenendo forme, spazi e tempi generativi di pensiero libero.
Così, pensando ad una clinica della ripresa, finalizzata alla riproduzione di salute, riprendendo alcuni pensieri espressi anche da O. Saidon, la clinica “tradizionale” non può essere separata da una clinica istituzionale, cioè da una clinica che si occupi anche delle istituzioni. Per fare questo risulterebbe necessario concentrarsi sull’osservazione e l’analisi dei processi istituenti, processi, cioè, che sono in grado di modificare o sovvertire l’istituito.
Anche oggi, allora, per poter pensare a un nuovo respiro sociale, risulta una strada generativa e necessaria l’attivarsi per poter facilitare l’emersione di nuovi processi istituenti.

Un movimento che può al contrario configurarsi come asfissiante e dominante, deriva dalla visione di un sistema sanitario iperspecializzato, chiuso nell’istituzione ospedaliera. Un modello clinico e dei sistemi e approcci di cura che non si rapporti e non si confronti con il territorio, con la comunità vivente e con i soggetti sociali che la abitano.
I modelli di welfare che, almeno in parte, derivano dalle visioni cliniche sottostanti, non possono configurarsi più come strutturati a partire da una disparità di poteri, dove il potere maggiore (e quindi la concentrazione di risorse, anche economiche) è lasciato esclusivamente nelle mani dell’iperspecializzazione. Ciò porta, infatti, alla inevitabile configurazione di un rapporto tra curanti e curati dove i secondi sono relegati nei ruoli di consumatori passivi e compratori voucherizzati, e il sistema di cura, da corpo curante diviene “centro commerciale” delle prestazioni sanitarie.
Vi è inoltre un forte rischio, in questo tipo di modelli, che il potere accentrato sulle specializzazioni determini, la perdita delle connessioni tra discipline, professionalità, servizi ed istituzioni diverse ma che concorrono, o alla salute della comunità, rimarcando o a volte producendo quelle dissociazioni comunitarie cui abbiamo accennato. L’idea della integrazione sociosanitaria diviene così una chimera o un’impossibilità nel momento in cui la clinica perde di vista la centralità delle relazioni e dei vincoli tra le parti e si concentra, invece, sulle singole parti scisse dai loro contesti o dalle altre parti del medesimo organismo di cui sono componenti in reciproca interrelazione.
Sembra che qualcosa di analogo sia successo in Lombardia, nella gestione dell’epidemia, dove i malati sono stati usati come mezzo per lo scambio di titoli per la vendita/acquisto di prestazioni (e quindi di somme di denaro pubblico), per esempio tra amministrazione regionale e RSA, in assenza di qualunque possibilità di cura che tenesse conto degli aspetti sociali, familiari, comunitari, territoriali della malattia. Molti anziani lombardi sono diventati desaparecidos, In molti casi è stata negata la possibilità ai loro familiari di vivere, nemmeno in una forma minimale, quell’importante rituale che è l’accompagnamento alla morte. Quali traumi secondari verranno ranno determinati in queste famiglie?

Molti anziani lombardi sono diventati desaparecidos. In molti casi è stata negata la possibilità ai loro familiari di vivere, nemmeno in una forma minimale, quel rituale che è l’accompagnamento alla morte

Tutto ciò, ovviamente, è successo sopra la testa sia dei singoli operatori sanitari, sia dei malati, resi pedine di una scacchiera istituzionale, e quindi politica, che non teneva conto delle co-implicazioni tra malattia, malato e sistema di vincoli interpersonali, gruppali/familiari, istituzionali e comunitari che si andava attivando a partire dall’ondata virale.
In chiusura, una vignetta clinica che ci pare illustrare un emergente particolare di questi processi che hanno caratterizzato certi territori in questo momento storico. La signora B. arriva chiedendo un aiuto psicologico, lamentando dolori diffusi e un grande senso di tristezza e demotivazione al lavoro. È un’operatrice sanitaria che ha avuto un ruolo importante in una istituzione ospedaliera durante la pandemia. Ha vissuto, nelle fasi più difficili del contagio, un’esperienza contemporaneamente di grande complessità e difficoltà ma anche di forte soddisfazione, per certi aspetti perturbante, per la presenza di un gruppo di lavoro molto coeso ed affettivo; una vera famiglia professionale, o, potremmo dire, una nuova e diversa famiglia istituzionale.
Al termine del periodo più difficile, l’istituzione smembra il gruppo, disorganizza le funzioni e le modalità di lavoro, e B. torna a lavorare in reparto, “come se nulla fosse successo o quasi”. Nel reparto rivive le scissioni, i conflitti sommersi, le rigidità dei ruoli, la modalità cieca e prepotente di gestire il potere. La sua sofferenza diventa così il sintomo non solo individuale ma anche istituzionale di una impossibilità o incapacità di apprendere dall’esperienza.
Ciò accade sotto la forza di ostacoli conoscitivi ed affettivi che non consentono di stabilizzare una trasformazione nella famiglia istituzionale che, seppur prodotta in risposta ad una emergenza, aveva attivato un’ipotesi istituente. Quella trasformazione era forse stata una risposta creativa e funzionale, un’alchimia di affetti e relazioni utile non solo a prendersi cura dei pazienti ma anche a curare certi aspetti degli operatori e della loro gruppalità. Una trasformazione potenzialmente in grado di sovvertire e ribaltare vincoli doloranti e depositi cronicizzati in scissioni, negazioni, attacchi persecutori. Ma, come sappiamo, l’istituzione tende a riprodurre le forme del problema di cui si occupa. Torna a riconfigurarsi nei modi e nelle forme delle sue proprie difese e processi disfunzionali.
La depressione di B. è forse l’inconscio tentativo, sofferente, di denunciare tutto ciò, rappresentando anche il portavoce di una malattia istituzionale.

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