L’ossimoro carcerario

Modelli dialogici democratici dentro le istituzioni di reclusione

In questo articolo riportiamo un’intervista realizzata nell’ambito della rete internazionale INTDC (International Network of Democratic Therapeutic Communities) al Dr. Richard Shuker sulla sua esperienza lavorativa di Comunità Terapeutica Democratica al Grendon Prison di Londra.

La rete INTDC è stata fondata nel 2013 da John Gale a Londra e già nel 2015 era un network a cui partecipavano 1500 persone provenienti da 65 paesi diversi. Dal 2019 la guida dell’INTDC è stata affidata a un gruppo di Italiani, la cui presidenza è affidata ad Angelita Volpe. Ad ottobre del 2020 la Dr.ssa Angelita Volpe, il Dr. Raffaele Barone, la Dr.ssa Martina Raniolo e il Dr. Salvatore Caminita hanno intervistato il Dr. Richard Shuker, coordinatore degli psicologi del Grendon Prison di Londra.

Il Grendon Prison, a differenza delle REMS italiane, è un carcere che ospita persone non a causa di una presunta o dichiarata incapacità di intendere e di volere, ma esclusivamente in virtù della tipologia del grave reato commesso, come ad esempio i sex offender. Un’altra differenza rispetto alle REMS è che l’adesione al programma terapeutico all’interno dell’istituto carcerario avviene su base volontaria ed una volta terminato il programma queste persone continuano a scontare la pena detentiva ordinaria residua.

Intervista

Come è iniziata l’esperienza alla Grendon Prison? Come nasce l’idea di un carcere organizzato come una comunità terapeutica democratica?

Ho iniziato a lavorare al Grendon oltre 20 anni fa per formarmi. Mi ha davvero entusiasmato che i detenuti riuscissero ad assumere un’ampia responsabilità nella gestione della prigione e mi ha colpito il modo in cui davano un senso alle loro decisioni e in cui gestivano le difficoltà e anche come si ponevano l’un l’altro e nei confronti dello staff. L’ho trovato molto interessante, perché le persone al Grendon erano quelle che presentavano il più alto rischio di recidive e di violenza tra tutti i servizi detentivi e che avevano creato in precedenza problemi significativi agli altri detenuti: eppure quando arrivavano al Grendon il loro comportamento migliorava nettamente, per cui mi sono chiesto a cosa fosse dovuto questo cambiamento. Avendo lavorato in altri contesti carcerari, mi sono reso conto di come spesso vi fosse un clima di violenza e del fatto che le persone generalmente non si apprezzavano tra loro. Invece al Grendon ho trovato compassione e cura reciproca tra detenuti e anche nei confronti dello staff. Gli altri contesti erano caratterizzati dall’ostilità, mentre al Grendon vedevo cura e compassione. Mi è parso importante capire più a fondo cosa stesse succedendo e che impatto avesse un lavoro del genere.

Com’è l’organizzazione della vita all’interno del Grendon? 

Abbiamo 230 detenuti e il carcere si articola in 6 distinte comunità terapeutiche. La giornata tipo inizia con un meeting allargato tra 40 detenuti residenti e lo staff, condotto da un residente. Nel meeting, dalla durata di un’ora e mezza, si organizzano i gruppi di lavoro, si definisce insieme chi è il responsabile dell’organizzazione delle attività e cosa deve fare, come impiegare il tempo dopo le attività e come spendere il budget a disposizione. Ogni decisione viene votata dai partecipanti. In questo stesso contesto vengono riportati eventuali conflitti o discussioni tra membri dello staff e detenuti o tra detenuti e si cerca un modo per supportare le persone coinvolte e aiutarle a gestire il conflitto. In ogni iniziativa, in ogni decisione, come ad esempio la decisione di intraprendere un percorso lavorativo o di concludere il trattamento, i detenuti hanno parte attiva con il loro voto.

Attraverso 8 piccoli gruppi terapeutici, ognuno prende parte alla vita del Grendon. Per i residenti è estremamente importante cercare di dare un senso, capire perché le loro esperienze li abbiano portati a commettere reati violenti. La maggior parte delle persone al Grendon ha avuto esperienze di vita veramente traumatiche. I gruppi terapeutici esplorano i loro modelli di comportamento precedenti, indagano le esperienze passate e creano un collegamento tra i comportamenti del passato e la possibilità di modificarli attraverso la ricerca del senso, individuando la possibilità di cambiare il loro modo di reagire e di rispondere alle diverse situazioni. Ogni gruppo è composto da due terapisti, o membri del personale clinicamente formati, e 8 residenti. Anche i piccoli gruppi hanno la durata di un’ora e mezza.

Avete riunioni di staff? Come si sentono gli operatori nel gruppo? Lo sentono utile o emergono resistenze? Ci sono criticità?”

Una delle caratteristiche più significative del Grendon è che chi vive lì e chi ci lavora lo ha espressamente scelto. Questo crea un ambiente sicuro e denso di significato, che è davvero fondamentale.

Naturalmente, le criticità non mancano: può succedere che le relazioni vengano messe alla prova, lo staff può trovarsi esausto dal carico di lavoro e talvolta i residenti modificano il loro comportamento a loro piacimento, agendo dinamiche manipolatorie. Però i residenti hanno voglia di lavorare sui problemi che si incontrano nell’esperienza, perché nutrono grandi aspettative rispetto alla possibilità di raggiungere una vita più ricca di significato. Sono orgogliosi di svolgere il lavoro in carcere in maniera partecipe e sono orgogliosi della possibilità di prendere decisioni, di sentirsi capaci di raggiungere risultati che non avrebbero pensato di essere in grado di ottenere.

Quali sono i livelli di risultato che si riesce a raggiungere?

I pazienti del Grendon prima di arrivare presentano un alto rischio di recidiva. A distanza di 2 anni, il rischio di recidiva per chi completa il trattamento risulta significativamente ridotto. Questo ha un grande impatto nel cambiamento della condotta delle persone a lungo termine. Le persone che arrivano al Grendon hanno manifestato gravi difficoltà in termini di comportamento negli altri carceri.

Importante è fare considerazioni sul livello di autocontrollo, 10 volte maggiore rispetto all’ingresso, ed sulla ridotta frequenza dei tentati suicidi. Chi arriva al Grendon ha raggiunto alti livelli di angoscia ed un livello di autocontrollo davvero basso.

Inoltre, al Grendon è azzerato il livello di consumo di droghe rispetto ad altri carceri, in cui questo rischio è considerevolmente più frequente.

Un altro aspetto importante di questo lavoro è la qualità delle relazioni: i detenuti riferiscono miglioramenti nella qualità della vita in termini di rispetto, fiducia, responsabilità. Parlano di esperienze caratterizzate da costruttività rispetto agli altri detenuti. L’impegno nel lavoro in carcere, il rispetto delle regole e nei confronti dello staff sono fattori importanti, perché in passato quelle stesse persone non sono state capaci di rispettare lo staff, di prendere decisioni o di assumersi responsabilità. Arrivate al Grendon, tutti questi aspetti assumono un aspetto costruttivo.

Cosa ancora la entusiasma del suo lavoro?

Una cosa che tutt’ora mi entusiasma è che i residenti che arrivano qui intraprendono un percorso ricco di supporto, che li vede direttamente coinvolti nelle decisioni che si prendono e li aiuta a supportarsi a vicenda nel processo. Ciò che ancora, oltre ad entusiasmarmi, mi sorprende, è la potenza delle relazioni che sperimentiamo nel momento in cui permettiamo alle persone di collaborare fra loro. Questo mi trasmette molta energia.

Cosa possiamo trarre da questa esperienza sul piano umano e professionale?

Penso di aver capito che il modo più utile di aiutare le persone sia di cominciare a dare loro responsabilità e di offrire le condizioni di coinvolgimento e motivazione che consentano loro di tirare fuori il meglio di sé. L’empowerment è possibile e riuscire a garantirlo anche in un istituto penitenziario permette di lavorare in una maniera più sana.

Cosa raccomanderebbe a chi voglia intraprendere questo approccio? A cosa occorre fare attenzione? 

È importante che tutte le persone coinvolte abbiano lo stesso valore e le stesse speranze. È necessario avere un obiettivo semplice, ma molto chiaro, cioè portare avanti un’idea di carcere in cui tutti sono attivamente coinvolti e si cammina verso obiettivi comuni.

In termini rischi, penso che ce ne siano ogni volta che si interrompe la comunicazione tra staff e residenti, o tra staff e responsabili.  Penso comunque che strutturare una base comunicativa sicura riduca nettamente i rischi della frammentazione.

Infine, l’approccio del Grendon risulta efficace perché ogni membro del Grendon, staff o residente, crede convintamente che sia davvero possibile essere d’aiuto e che sia effettivamente possibile realizzare qualcosa di utile, dando un senso a ciò che sembra non averne.

Come si rapporta con l’esterno un residente del Grendon?

Ci accertiamo che nel momento in cui una persona esce sia adeguatamente connessa con l’esterno, in maniera funzionale. Se così non dovesse essere, provvediamo noi stessi a collaborare con i servizi territoriali perché questo si realizzi.

Inoltre facciamo in modo che tutti i visitatori trovino le nostre porte aperte e spieghiamo chiaramente a tutti i detenuti quello che facciamo e che è importante far capire alla gente il valore del nostro lavoro. Se questo non è chiaro, è difficile che i detenuti proseguano il loro percorso futuro dopo il periodo trascorso al Grendon.

Come vedono gli inglesi questa esperienza?

Alcune persone pensano che quello che facciamo non sia rilevante per le altre carceri. Altri considerano questo approccio inapplicabile con i detenuti. Credo però che negli ultimi 10-15 anni venga maggiormente riconosciuto che trattare le persone con umanità e dignità possa valorizzare il meglio che hanno da offrire. Questo approccio oggi è più accettato e più rispettato rispetto a 20 anni fa.

Intervista a Richard Shuker con Raffaele Barone e Angelita Volpe
Martina Raniolo Salvatore Caminita 

Coordinatore degli psicologi del Grendon Prison di Londra

Segretario della rete INDTC, psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Caltagirone

Presidente della Rete INDTC, psicologa gruppo analista e supervisore della Comunità Terapeutica

Tecnico della riabilitazione psichiatrica in servizio presso la REMS di Caltagirone

Assistente Sociale libero professionista in servizio presso la REMS di Caltagirone

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