La Pandemia che toglie respiro e impoverisce la psiche

Per un uso sociale della Psicologia

In questi mesi mi è stato chiesto da tanti di esprimere una valutazione sulle ricadute psicologiche della pandemia. In questo articolo vorrei fare alcune considerazioni su questo tema.

Innanzi tutto bisogna rilevare che una situazione come quella prodotta dalla pandemia è una novità in epoca attuale. L’unico paragone che possiamo fare è l’ultima guerra mondiale per un fenomeno di emergenza planetaria, anche se le tragedie della guerra appaiono sicuramente maggiori della pure significativa pandemia. In ogni caso dal 1945 ad oggi, e parliamo di oltre 70 anni, non abbiamo un fenomeno di emergenza planetaria paragonabile: qualcosa che ha fermato in vario modo il correre del mondo come questo, che ha condizionato la vita di miliardi di persone in modo così pervasivo, che ha fatto un numero di morti paragonabile.

Questo vuol dire che avremo bisogno di tempo per capire quali conseguenze e quali cambiamenti sulla società e sulle persone produrrà questa vicenda.

Per il momento quindi vorrei soffermarmi su alcuni aspetti già evidenti prodotti dalla pandemia.

Il primo aspetto è quello che chiamerei dell’effetto “aria”. Mi spiego: l’aria, pur essendo un ingrediente essenziale alla vita, in genere è poco considerata. Siamo abituati ad averla, a respirare senza troppi problemi: non ci si pensa se non nelle situazioni in cui ne sentiamo la carenza o la mancanza.

La pandemia ha fatto venir meno tante situazioni, tante abitudini consolidate, una vita spesso affrontata con il “pilota automatico”. Cose date per acquisite, scontate, sono improvvisamente divenute impossibili. A partire da aspetti apparentemente banali, come dare la mano, abbracciare, stare insieme agli altri, muoverci liberamente, frequentare chi vogliamo, uscire di casa….

Questo venir meno di cose date per scontate ha prodotto soprattutto due effetti: la necessità di riflettere e riorganizzarsi e una rottura dei precedenti adattamenti.

Il comportamento è per molti versi come il respiro. Quest’ultimo è in genere involontario, anche se si modifica in relazione alle diverse situazioni che viviamo, rimane in genere al di fuori del nostro controllo cosciente e volontario. Gli studi sugli schemi comportamentali e sulle abitudini mostrano come, per esigenze di economia funzionale, gli individui, le comunità, le organizzazioni e le società , tendono a strutturare dei modelli che sono al contempo percettivi, cioè di lettura della realtà, ed esecutivi, cioè comportamentali.

I problemi della pandemia hanno imposto grandi cambiamenti in quasi tutti i settori della vita, costringendo le persone a cambiare i loro comportamenti in modo molto significativo. Da un lato questo ha prodotto l’esigenza di controllare in modo consapevole attività che prima erano scarsamente attenzionate, riprogrammarle, ripensarle.

In molti casi è stato l’equilibrio adattivo nel suo complesso ad essere stato messo in crisi, con l’esigenza di trovare nuove strategie per l’adattamento.

Questa situazione richiede quindi una maggiore attenzione ai nostri comportamenti ed una maggiore consapevolezza. Le due cose tendenzialmente vanno insieme, perché la gestione dei comportamenti non è affatto una attività meramente meccanica o motoria, è piuttosto una attività che richiede attenzione, concentrazione, consapevolezza di noi stessi, del contesto e dei nostri vissuti.

Ecco che abbiamo allora il tema dell’”auto-regolazione”, intesa come capacità di regolare le proprie funzioni e le proprie attività, sia interne che verso l’esterno. La qualità dell’autoregolazione è legata alla nostra consapevolezza, alla capacità di gestire le situazioni, le nostre emozioni, di scegliere.

Stiamo quindi dicendo che la pandemia ha messo sotto pressione le funzioni di autoregolazione ed ha richiesto sforzi di autoconsapevolezza ai quali la maggior parte delle persone non è più abituata. Non lasciamoci ingannare dalla superficie delle cose, da ciò che appare, e andiamo invece alla sostanza. La nostra società sembra puntare a fornire strumenti sofisticati di conoscenza di se alle persone, perché in effetti la complessità del contesto, la maggiore libertà potenziale di scelta ma soprattutto le esigenze di flessibilità di un mondo più veloce e meno statico, richiedono competenze di metodo più che di merito. Ma in realtà tutto è fatto per incanalare queste potenzialità verso circuiti più o meno predefiniti, dove la conoscenza di se e la libertà di opzione sono più apparenti che reali. Non è solo la pressione sociale amplificata dalla tecnologia, ma gli stessi tempi della tecnologia che portano ad uso di circuiti cerebrali e di modalità psicologiche poco consapevoli, quasi esclusivamente tarate sull’esterno, sull’impatto che quello che facciamo produce sui modelli relazionali e sociali.

Tutto questo ha molto impoverito una serie di aspetti della nostra psiche soggettiva, divenuta più veloce in risposta agli stimoli ma meno profonda nella lettura dei vissuti. L’immagine dell’uomo robotizzato di molti film o romanzi di fantascienza si delinea sullo sfondo.

Gli Psicologi sono allarmati da tempo da questi segnali perché avremmo bisogno di più “capitale umano” e non di meno, una maggiore consapevolezza psicologica è la vera chiare del benessere, perché ben-essere vuol dire equilibrio soggettivo e non solo fitness generica e valida per tutti. Efficienza senza crescita personale è una strada di malessere, come mostrano i Paesi più ricchi, pieni di persone efficienti che stanno male e che sono profondamente insoddisfatte.

Quindi la pandemia ha richiesto questa attenzione. Ma in molti la difficoltà di soffermarsi e di trovare nuove risposte e nuovi equilibri ha prodotto un forte disagio, o per problemi interni o per un sovrappiù di problemi esterni. O per le due cose messe insieme. E ovvio che in questo discorso ci sono i il peso dei timori per la salute, una pressione mediatica enorme, i tanti problemi legati al lavoro, alla gestione delle famiglie e dell’economia personale o familiare.

Il risultato sono livelli di stress mai visti. Con un presente – aprile 2021 – a livelli superiori all’inizio della pandemia. Il Centro Studi CNOP ha effettuato molti monitoraggi da metà 2019 ad oggi. L’ultimo ci dice che 4 persone su 10 hanno uno stress tra 80 e 100 su 100, una cosa incredibile. E con oscillazioni questa situazione dura da oltre un anno.

Nei manuali clinici è contemplato il “Disturbo dell’adattamento”, che non a caso fa parte di una sezione intitolata “reazioni a gravi stress e sindromi da disadattamento” (F 43, ICD-10: classificazione dei disturbi psichici e comportamentali dell’OMS), e che tratta delle diverse conseguenze a situazioni di crisi vissute dalla persona. Rientrano in questa ambito le reazioni da stress e i disturbi post-traumatici, che si producono di fronte ad un vissuto di tipo traumatico e non semplicemente critico.

E’ ovvio che ci sono molte situazioni post-traumatiche, pensiamo ai reduci dalle terapie intensive o dai sanitari in prima linea, ma la maggior parte sono condizioni di “disagio psicologico strutturato” che è la traduzione italiana di “Psychological strain”, la condizione di malessere psicologico più diffusa la mondo e costituita da un mix, soggettivamente variabile, di ansia e spesso angoscia, umore depresso, irritabilità, disturbi comportamentali e funzionali. Sono le condizioni nel non più sano e del non ancora pienamente malato che la letteratura scientifica ha studiato da anni, dicendoci che ha un grande impatto negativo sulla vita delle persone (lavoro, relazioni, affetti, ecc.) e sulla salute. Parliamo della principale causa di malattia insieme con l’inquinamento.

Cosa richiede questa situazione? Che non sia lasciata degenerare, perché si propaga come un incendio e può causare grandi costi umani e sociali, sia nei minori (dove può danneggiare lo sviluppo futuro) che negli adulti.

La buona notizia è che disponiamo di strategie ed interventi psicologici, sia individuali che collettivi, potenzialmente molto efficaci e adottabili su vasta scala. Per attivarli occorre passare da un uso solo privatistico della professione psicologia ad un uso sociale e pubblico.

Oggi in Italia i due terzi delle attività psicologiche avvengono nel privato e questo priva la collettività sia di programmi di prevenzione e di promozione delle risorse psicologiche, ma anche di una rete pubblica per gli interventi di sostegno e psicoterapia.

Nonostante le normative (vedi Livelli Essenziali di Assistenza 2017) prevedano che l’assistenza psicologica ai cittadini sia fornita dal Servizio Sanitario Nazionale, la mancanza di personale e di una organizzazione della Psicologia trasversale alle diverse strutture e servizi sanitari, rende tale “garanzia” meramente teorica.

Molti cittadini si stupiscono che il nostro Paese sostanzialmente non disponga di psicologi nei servizi sanitari, nella scuola, nei servizi sociali e nei servizi per l’orientamento ed il sostegno all’occupazione, ma è un dato di fatto. La pandemia ha solo reso evidente un dato già presente e denunciato da anni, ma soprattutto ha reso evidente che la privatizzazione della Psicologia, come se fosse un capriccio per pochi e non una esigenza della comunità, è una miopia che penalizza il Paese.

Lo psicologo che riceve nel suo studio e magari con il lettino freudiano è una immagine alla quale possiamo essere affezionati e che mantiene un suo valore, ma non è questo il centro della missione e del ruolo sociale della professione psicologica oggi. Oggi lo psicologo deve intercettare i bisogni, fare prevenzione ed empowerment, perché è di questo che la società ha bisogno.

In un mondo che appiattisce la psiche individuale tra una visione materialistica e consumistica della vita e la pressione della tecnologia la risposta è in più Psicologia non meno: oggi servono strumenti per sviluppare le nostre potenzialità personali, la nostra capacità di capirci e di capire, di orientarci e di realizzarci come esseri umani, di gestire i conflitti e di costruire buone relazioni, di contribuire alla comunità.

Ma di cosa parliamo quando parliamo di Psicologia? Di tutto ciò che va oltre la biologia, le nostre cellule, il nostro corpo, e ci rende persone, con una storia soggettiva, una identità: quando dico “ciao sono Elena” o “ciao sono Marco” non sto presentando un corpo biologico ma una persona, ovvero un corpo abitato, vissuto da una psiche. Vorrei dire: noi siamo soprattutto la nostra psiche!

Quindi la Psicologia è la scienza più vicina all’essere umano, che ci parla dell’essere umano. E quindi è la scienza – e la professione – che più da vicino può aiutare l’essere umano.

Pensiamo al termine “languishing”, utilizzato dallo psicologo USA Adam Grant per descrivere la condizione psicologica negativa più diffusa nella pandemia, che ha il senso di languire in uno stato di malessere, caratterizzato da stagnazione, senso di vuoto, mancanza di voglia di fare e di prospettive. E’ istruttivo notare che questo termine era stato utilizzato dallo psicologo sociale USA Corey Keyes nel 2002 per descrivere il continuum della salute psicologica, dal “languishing” al “flourishing”, ovvero “dal languire al fiorire”. Fiorente inteso come stato psicologico positivo, una condizione in cui l’individuo esprime le sue potenzialità e vive pienamente la propria vita.

Ecco il grande compito della professione psicologica nei prossimi anni per aiutare la società non solo ad uscire dalla pandemia ma per costruire una società diversa, che sappia coniugare sviluppo e rispetto per l’umanità, gli esseri viventi e l’ambiente che ci ospita.

Questa società richiede prima di tutto una “transizione psicologica”, che metta le persone in condizioni di maggiore consapevolezza, di maggiore sviluppo del capitale umano, di relazioni più rispettose, di poter vivere una vita piena di ben-essere “vero”, quello che riguarda appunto il nostro essere. Senza questo ogni sviluppo economico e sociale è mera illusione.

E’ fondamentale quindi che la Psicologia venga completamente ripensata dalla società nel suo utilizzo: non è un gioco di società, un passatempo per ricchi, un rimedio per soggetti deboli e neanche solo una cura per chi “non riesce da solo”. E’ lo studio, condotto come metodo scientifico, della dimensione che ci rende persone, di come funzioniamo e di come possiamo farlo al meglio, percorrendo la vita nel modo migliore possibile. Se dovessi racchiudere lo scopo della Psicologia in una sola frase direi che ci aiuta a volerci bene, ad amarci nel modo migliore, condizione essenziale per amare gli altri, la vita, il mondo intorno a noi.

In un mondo così degradato dal punto di vista del ben-essere vero questa funzione diventa una esigenza cruciale, uno snodo fondamentale: si tratta di aiutare persone e società a passare dal languire al fiorire.

Questo vuol dire utilizzare le competenze psicologiche negli “hub” sociali strategici: sanità, scuola, welfare e lavoro. Una rete essenziale di prevenzione, promozione, ascolto, sostegno e terapia quando serve. Che agisce a livello collettivo, di comunità, organizzazione e individuale.

Tutto questo è un investimento sociale fondamentale, perché

Combattere il disagio psicologico e promuovere la salute psicologica, aiutare le persone a passare dal “languire” al “fiorire” non è un lusso ma un investimento sociale. E’ fondamentale che questo investimento divenga presto una realtà, perché darà un volano per uscire dalla crisi e creare nuove prospettive.

Salute, ben-essere e sviluppo sono profondamente intrecciati e questa visione deve essere un patrimonio da diffondere e dal quale partire.

Questa è l’esigenza dell’oggi, amplificata dalla pandemia. Ma è anche il passaporto per il futuro, perché l’umanità ha bisogno di cambiare il suo modello di sviluppo e di avere valori di riferimento più umani e solidali. Le indispensabili “transizioni” ecologiche e digitali, avranno un grande impatto sulle persone e richiedono nuove infrastrutture sociali e psicologiche.

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