Basaglia non conosceva i bambini

Psichiatria adulti e dell’età evolutiva a confronto per la tutela della salute mentale

La chiusura degli ospedali psichiatrici prevista dalla Legge 180 del 1978, meglio nota come Legge Basaglia, diede origine alla psichiatria di comunità per l’età adulta.

La chiusura delle scuole speciali e delle classi differenziali fu all’origine dei Servizi Territoriali di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, ovvero della psichiatria di comunità per l’età evolutiva. I cambiamenti istituzionali, come quelli sanciti da leggi nazionali, sono sempre preceduti da esperienze che testimoniano possibilità di cambiamento che la legge formalizzerà.

Il lavoro di Basaglia dapprima a Gorizia e poi a Trieste rappresentò il principale riferimento per la Legge 180. Nel caso della chiusura delle scuole speciali fu l’esperienza condotta a Bologna a tracciare la strada per una legge radicalmente innovativa nell’ambito della salute mentale dei bambini e degli adolescenti: la Legge 517, varata 1 anno prima della 180, il 4 agosto 1977.

Questa Legge, dichiarando l’abolizione delle scuole speciali e delle classi differenziali, sanciva l’apertura della scuola a tutti i bambini indipendentemente dalle loro condizioni fisiche, psichiche o culturali. La storia dell’integrazione dei bambini e degli adolescenti nella scuola di tutti è la storia del superamento della scuola come istituzione che separa e isola dal proprio contesto di vita i bambini con disabilità o con disturbi di apprendimento o psichici.

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Classi differenziali, scuole speciali e contesto sociale

Le classi differenziali erano classi riservate a bambini con difficoltà di apprendimento ed erano inserite in plessi scolastici normali; le scuole speciali erano invece scuole interamente riservate a bambini con deficit importanti, o disturbi psichici o del comportamento, ed erano geograficamente isolate rispetto alle scuole normali. Suddivise per tipologia di handicap o problema: disabilità motorie, insufficienti mentali, cosiddetti irregolari della condotta, sordi, ciechi…

Questa organizzazione separata rispetto al normale percorso scolastico risale al 1928, e fu confermata nel 1962 da una Legge, la 1859, che per altro verso segnava un importante passo avanti nel processo di eguaglianza sociale perché estendeva la obbligatorietà della frequenza scolastica alla terza media.

Questa estensione rispondeva sia alla crescita sociale e culturale della classe media, sia al fabbisogno di mano d’opera più qualificata, fenomeni che accompagnarono il cosiddetto boom economico che caratterizzò il nostro Paese dalla prima metà del decennio precedente portandolo a diventare un Paese industriale, da agricolo quale era. Sul piano sociale, quella trasformazione fu caratterizzata da una migrazione interna che coinvolse oltre un milione di persone dal nostro meridione alle regioni del centro nord e si accompagnò a forti difficoltà di integrazione sociale. Per quel che riguarda il percorso scolastico di bambini e adolescenti, la capacità di corrispondere ai livelli richiesti per la cultura di base, per l’apprendimento e per il comportamento era la discriminante unica che apriva le porte alle classi differenziali e speciali; coloro che non rispondevano ai livelli richiesti venivano esclusi dal rapporto con i coetanei e destinati a un futuro di isolamento e sottocultura. La maggioranza di questi bambini erano figli di quegli immigrati e più in generale di persone con un basso livello sociale e culturale.

L’Italia era dunque diventata un Paese industriale ma rimaneva caratterizzata da una società e una scuola classiste. Il fenomeno di emarginazione sociale operato a livello scolastico fu impressionante; basti pensare che il numero dei bambini in età di scuola elementare che frequentavano scuole speciali passarono da 22.459 nel 1958/59 a 68.624 nel 1967/68, per continuare ad aumentare sino al 1977 quando la Legge 517 mise fine a una situazione divenuta intollerabile.

La scuola iniziò un nuovo percorso, non più all’insegna dell’esclusione e dell’emarginazione ma dell’inclusione di chi è diverso, aprendosi all’integrazione dei bambini e degli adolescenti disabili. La Legge 517 fu il risultato di un movimento di opinione e di lotta ampio e forte, che si diresse non soltanto contro l’organizzazione segregante e classista della scuola dell’obbligo, di cui è riferimento il libro di Don Lorenzo Milani Lettera a una professoressa. La lotta contro il sistema scolastico era interna a un movimento di contestazione che ebbe diffusione internazionale e consistenza di partecipazione popolare nella seconda metà degli anni sessanta. Investì l’intero sistema sociale e valoriale dell’epoca e ottenne importanti conquiste sia nel campo del lavoro, come lo Statuto dei lavoratori, approvato nel maggio 1970, che in quello dei diritti civili, con la legge che istituiva il divorzio nel dicembre 1970 e quella, del 1971, che prevedeva la costruzione di asili nido comunali in tutto il territorio nazionale. 

Il contesto culturale

Le radici culturali di quel movimento di opinione sono di diversa origine e sono rintracciabili in contributi che datano dalla metà degli anni cinquanta ai primi anni sessanta.

Si possono qui ricordare Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza (1961) di Erving Goffman; La falsa coscienza (1962) di Joseph Gabel; Verso una società senza padr” (1963) di Alexander Mitscherlich; L’uomo a una dimensione (1964) di Herbert Marcuse; inoltre, di particolare importanza per la realtà italiana, L’istituzione negata (1968) curato da Franco Basaglia. Questi libri esponevano una critica radicale della società neocapitalista, degli effetti di alienazione e falsa coscienza che il sistema di produzione determinava negli individui, del suo assetto autoritario e repressivo, intollerante di ogni diversità, di cui l’istituzione psichiatrica e quella scolastica erano esempi lampanti.

L’esperienza di Bologna e la nascita dei servizi territoriali di neuropsichiatria infantile

È in questo contesto culturale che si realizzarono alcune esperienze innovative nel campo della scuola e della psichiatria italiana che hanno concretamente anticipato a livello locale il cambiamento che a livello nazionale sarà sancito dalle Leggi 517 e 180. Oltre alle esperienze condotte da Basaglia, va ricordata quella che si realizzò a Bologna, caratterizzata per essere all’interno di un più generale progetto di riforma politico-istituzionale riguardante la città. Un riferimento culturale di particolare importanza per il cambiamento che si realizzò a Bologna nei primi anni settanta del secolo scorso riguardo alle politiche per l’infanzia è rappresentato dalla relazione tenuta nel 1969 da E. Loperfido, neuropsichiatra infantile che l’anno successivo avrebbe rivestito la carica di Assessore Comunale alla Sanità. In quella relazione, intitolata L’infanzia, nodo politico attuale della società in trasformazione, si richiedeva la chiusura delle scuole speciali e delle classi differenziali. Si realizzò una convergenza fra Amministrazione Comunale e Istituto universitario di Psichiatria sull’idea di “gestione sociale della salute, ovvero sul principio della partecipazione diretta dei cittadini nella programmazione e gestione dei servizi sanitari e sociali, e sull’obiettivo primario della prevenzione. A questo scopo furono incrementati i servizi con l’istituzione dei primi Poliambulatori di quartiere ove operavano congiuntamente le équipe di psichiatria per adulti e quelle per l’età evolutiva.

Queste ultime erano state potenziate con l’assunzione da parte del Comune di neuropsichiatri infantili, psicologi, logopedisti e fisioterapisti e facevano riferimento ai Consigli di quartiere e costituirono il primo esempio di Servizi Territoriali di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, ovvero, come detto sopra, di psichiatria di comunità per l’età evolutiva.

La chiusura delle scuole speciali e l’ingresso dei bambini che le frequentavano in quelle “normali” rappresentava un punto centrale del progetto che fu perseguito da parte delle équipe comunali di neuropsichiatria infantile territoriali, seguendo il principio della partecipazione, attraverso riunioni e assemblee gestite dal quartiere, condotte sia con gli insegnanti delle scuole speciali e i genitori dei bambini che le frequentavano sia con insegnanti e genitori delle classi “normali” che avrebbero accolto i bambini.

Le positive esperienze di inserimento già realizzate nelle scuole materne e le ripetute discussioni ebbero nel tempo l’effetto di consentire la chiusura delle scuole speciali.

L’esperienza è descritta in Psichiatria sul territorio (1977) di Alberto Merini.

Psichiatria dell’età adulta e dell’età evolutiva per la tutela della salute mentale

Psichiatria generale e neuropsichiatria infantile si sono sviluppate in Italia seguendo percorsi separati, in particolare dagli anni settanta in poi, proprio quando prendeva forza la stagione del cambiamento descritta.

A differenza di quanto avvenuto negli altri Paesi europei e negli Stati Uniti, e come avvenne in Italia fra il 1970 e il 1976 anche per le “malattie nervose e mentali” degli adulti, la neuropsichiatria italiana non ha operato la separazione fra l’area neurologica e quella psichiatrica, scegliendo un percorso che l’ha vista allontanarsi dalla psichiatria generale.

L’ingresso della neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza nel Dipartimento di Salute Mentale sembra segnalare un cambiamento di visione della psichiatria generale che discende dall’aver fatto proprio quanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità propone da tempo: il superamento della visione “psichiatrica”, centrata sulla patologia, per acquisire quella della “salute mentale”, che vede nella prevenzione la propria ragion d’essere, e spinge pertanto al collegamento con la psichiatria dell’età evolutiva in considerazione del forte valore preventivo che interventi precoci e appropriati hanno per la tutela della salute mentale.

Questo ritrovato rapporto con la neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza paga il prezzo di un’assenza di dialogo durata decenni, alla quale occorre oggi porre rimedio favorendo occasioni di confronto paritario nella formazione, nella pratica clinica, nella gestione del servizio. Affinché tale confronto sia proficuo, occorre che i Dipartimenti di Salute Mentale siano disponibili a strutturarsi come dipartimento multidisciplinare, seguendo il criterio della continuità nel corso della vita della tutela della salute mentale intesa come “benessere psicosociale degli individui e delle comunità” (Saraceno B., 2014) A questo confronto la psichiatria dell’età evolutiva può contribuire positivamente portando il contributo di alcune sue caratteristiche che sicuramente possono arricchire la cultura professionale e la pratica clinica che caratterizzano oggi la psichiatria degli adulti (Rigon G., 2018). In particolare in relazione a due aspetti: la dimensione evolutiva e il rapporto tra normalità e patologia. La dimensione evolutiva è l’ottica secondo la quale viene inquadrata ogni manifestazione e ogni relazione, normale o patologica che sia, che il neuropsichiatra infantile si trova a osservare.

Un certo modo di intendere il rapporto fra normalità e patologia nella pratica clinica comporta: 1) la ricerca degli aspetti di continuità fra i tratti di normalità precedenti e i sintomi psicopatologici attuali, in modo da rendere questi ultimi maggiormente comprensibili e affrontabili, e anche più accettabili per i famigliari; 2) la formulazione della “diagnosi in positivo” ricercando i punti di forza del soggetto che possano aiutarlo a contrastare i processi patologici in atto e a favorirne la naturale spinta evolutiva verso la normalità.

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Bibliografia

– Basaglia F. (ed.): L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico. Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2010 (ed. or. 1968);

– Gabel J.: La falsa coscienza. Bari, Dedalo, 1967 (ed. or. 1962).

– Goffman E.: Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza. Torino, Einaudi, 2010 (prima edizione italiana: 1968. Ed. or. 1961);

– Loperfido E.: L’infanzia, nodo politico attuale della società in trasformazione, Psicoterapia e Scienze Umane, 1969; 10: 1-9.

– Marcuse H.: L’uomo a una dimensione. Torino, Einaudi, 1999 (prima edizione italiana: 1967. Ed. or. 1964).

– Merini A (ed.): Psichiatria nel territorio. Rendiconti di un’esperienza. Milano, Feltrinelli, 1977.

– Milani L.: Lettera a una professoressa. Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 2017 (ed. or., 1967).

– Mitscherlich A.: Verso una società senza padre. Milano, Feltrinelli, 1970 (ed. or. 1963).

– Rigon G.: Dalla chiusura delle scuole speciali alla salute mentale dell’età evolutiva. Rivista Sperimentale di Freniatria, n. 2/2018.

– Saraceno B.: Discorso globale, sofferenze locali. Analisi critica del Movimento di salute mentale globale. Milano, Il Saggiatore, 2014.

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